Il giorno più lungo e la partita infinita. Roma-Siviglia: diario di un romanista in trasferta a Budapest

Notte difficile e lunga quella tra il 30 e il 31 maggio, non solo perché il 30 maggio fa emergere ricordi e incubi indimenticabili e legati al Liverpool della perfida Albione. Stasera la Roma si gioca la sua seconda finale europea consecutiva, l’Europa League col Siviglia.

Il cuore batte forte e la mente va già alla Puskas Arena, all’una sono ancora vigile, alle due butto un occhio all’orologio, alle 4.10 sono in piedi, anche se la sveglia era tarata per le 4,30. “Alexa elimina sveglia! “

La Roma mi aspetta, i ragazzi hanno bisogno anche di me.

Prima delle 6 siamo in aeroporto e subito incontro qualche compagno di curva che sarà in aereo con me. La carta d’imbarco è pronta, così come quella di ritorno, ma chi ci pensa ora!

Il volo dura un attimo, in poco meno di un’ora e mezza atterriamo a Budapest. Sull’aereo c’è un silenzio irreale, nessuno parla, un coretto parte solo quando siamo atterrati e sul pullman l’atmosfera non cambia. Ma Dybala gioca? È la domanda ricorrente e poi… ma il Siviglia ha vinto 6 finali dovrà cambiare questa tradizione …e Mourinho allora! Lasciamo perdere la cabala dai!

L’aeroporto è blindato, tanti agenti e via sui pullman che ci porteranno nella città magiara. La fan zone riservata a noi tifosi giallorossi ci accoglie. Sono le 10 e mezza e fa già un gran caldo. Ho portato un giacchetto di troppo, vabbè le tasche sono comunque utili.

La capitale ungherese è un brulicare di tifosi di entrambe le squadre. Il rosso fa da padrone, del resto anche gli andalusi hanno quel colore oltre al bianco. I tifosi della Roma sono sicuramente i più esuberanti, ma gli spagnoli non sono da meno e si fanno sentire pure loro. La temperatura esterna è decisamente estiva, ma dentro i cuori il calore è sicuramente maggiore.

La fan zone giallorossa e un mare di sciarpe e bandiere, un colpo d’occhio strabiliante. Alle 17 già ci si incammina in corteo verso lo stadio. Quel paio di km tra cori, urla e vessilli romanisti ti immergono nel clima della finale. Dentro lo stadio, alle 18, il settore giallorosso è già strapieno. Di là gli spagnoli non si vedono, staranno ancora in giro per la città. Ma questa non è una vacanza!

Il tempo trascorre e la temperatura all’interno della Puskas Arena sale sempre più. Alle 20 il settore riservato ai tifosi giallorossi è una bolgia infernale. Appena i calciatori giallorossi entrano in campo i cori sono indescrivibili, da pelle d’oca. La tensione è alle stelle e qualche tifoso esagera lanciando fumogeni e torce in campo. Di sicuro i ventimila, giunti con ogni mezzo nella capitale magiara, si fanno sentire più dei colleghi andalusi, finalmente entrati allo stadio e decisamente più tranquilli.

Inizia la partita e la tensione si concentra sulle gesta di Pellegrini e compagni, che non subiscono il Siviglia, anzi giocano meglio e sembrano gestire bene il palleggio degli avversari. Mourinho ha sorpreso tutti schierando Dybala dal primo minuto e l’argentino lo ripaga con un gol poco dopo la mezz’ora. Il tripudio è alle stelle. Sugli spalti già si pensa a quanto manchi alla fine. La reazione degli spagnoli non si fa attendere ed ecco un palo colpito con un gran tiro da fuori di Rakitic.

Nel secondo tempo il Siviglia parte all’attacco, la Roma pare in grado di gestire bene le furie biancorosse, ma avviene l’irreparabile, Mancini, per anticipare l’attaccante avversario, infila nella propria porta. Esplode la curva andalusa. La Roma accusa il colpo e pure Dybala è costretto a uscire. L’arbitro ci mette del suo ammonendo tutto il centrocampo giallorosso e l’olandese giallorosso Winaldum, subentrato a Paulino, non pare all’altezza. In curva si reclamano gli ingressi di Bove ed El Shaarawy, ma arriveranno troppo tardi per incidere. Il signor Taylor continua ad ammonire a senso unico, ma soprattutto non fischia, nel secondo tempo, un evidente rigore per i giallorossi per un mani di Fernando in area. Il Var è silente, la panchina della Roma, guidata dal mister di Setubal, tutt’altro.

La Roma continua a spingere in tutti i modi, pare che prima o poi il gol arrivi e invece arriva solo l’ennesima traversa colpita da Smalling di testa nel secondo tempo supplementare. Si va ai rigori e il destino, dopo 39 anni e un giorno da quella maledetta finale del lontano 1984 è tragicamente lo stesso. L’incubo si ripete con gli errori dal dischetto, prima di Mancini e poi di Ibanez, manco fossero Conti e Graziani.

La delusione è tanta, perché la Magica ha giocato bene, ma contro i propri incubi poco si può fare. È notte fonda quando i ventimila escono dallo stadio tramortiti. Ripercorrono il viale che solo poche ore prima avevano calcato in lungo e in largo urlando a squarciagola tutto il loro entusiasmo. Non pare vero la storia si è ripetuta, ma dopo la tragedia col Liverpool non c’è stata la farsa, come diceva Marx, ma un’altra notte tragica e tremenda in una partita che è iniziata a maggio ed è terminata a giugno..

La botta è stata forte, ma la Roma resta, così come il senso di appartenenza di una tifoseria innamorata e appassionata, che non è seconda a nessuno. La Roma mai sola mai! Daje!

 

© 2022  Pierstefano  Durantini