Roma, la capitale d’Italia, universalmente conosciuta come caput mundi, la città di S. Pietro, pare non essere in grado di accogliere cento persone, cento migranti tunisini spostati temporaneamente da S. Maria Capua Vetere.
Quel che è accaduto, nel silenzio pressoché totale, lo scorso 15 aprile ha dell’incredibile. Circa 300 cittadini del quartiere di Grottarossa, periferia nord, zona Cassia, sono scesi sul piede di guerra occupando la strada capeggiati dal presidente del XX Municipio, Gianni Giacomini, contro l’arrivo di un paio di pullman che trasportavano un centinaio di tunisini, giunti da poco in Italia via mare.
Ma com’è possibile che accada questo in una città sempre molto tollerante e accogliente come Roma? Semplice, sono gli effetti di un certo modo di governare la capitale. Le cosiddette politiche della sicurezza, continuamente sbattute in faccia ai cittadini, sin dai tempi della campagna elettorale, cominciano ad attecchire nella popolazione, scatenando i peggiori istinti.
Infatti sono opera del Sindaco Alemanno e della sua giunta di destra i manifesti che in questi giorni infestano Roma e in cui ci si vanta con orgoglio del Piano Nomadi, nulla più di una trentina di sgomberi di insediamenti di Rom e altri stranieri, già ampiamente contestato addirittura da Amnesty International, che ha lanciato un’azione urgente in cui chiede al Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, di fermare gli sgomberi forzati.
Quando la propaganda martellante, anche e purtroppo di alcuni organi d’informazione, identifica la parola clandestino con delinquente ecco cosa può accadere, la gente scende in piazza contro altri esseri umani, la cui sola colpa è quella di fuggire dalla povertà.
Allora appaiono quasi ridicole le parole del Sindaco in cui dice: «Roma è già appesantita per quanto riguarda l’accoglienza, la città è al limite». Al limite? Una città di tre milioni di abitanti non riesce ad accogliere cento persone? Eh si, infatti, è stato lo stesso Alemanno a chiedere, in una lettera inviata lo scorso 24 marzo al Ministro dell’Interno, «..di escludere l’area metropolitana di Roma Capitale dall’elenco dei possibili siti destinati ad accogliere i richiedenti asilo e i profughi».
Per chi ha a cuore le sorti della Capitale sorge spontanea una domanda: cosa sta diventando questa città? Perché nessuno reagisce?
Ma qualcosa si muove, infatti sono del 21 aprile scorso, il natale di Roma, la preoccupazione è il disappunto esplicitati in una nota della Comunità di S. Egidio in cui criticando «le recenti scelte dell’amministrazione capitolina nei confronti di Rom e profughi giunti dal Nord Africa… – si lamenta – …la mancanza di una politica di accoglienza e umanità all’altezza del ruolo di Roma e delle sue responsabilità nazionali e internazionali…si denunciano gli sgomberi quotidiani e ripetuti di famiglie da insediamenti spontanei…che consistono solo nel dividere le famiglie». Infatti a donne e bambini si propone l’accoglienza presso il C.A.R.A., Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, di Castelnuovo di Porto, ma agli uomini no e questo fa sì che quasi nessuno aderisca all’invito del Comune.
Diviene quindi del tutto condivisibile la fine dell’appello di S. Egidio in cui si afferma: «Come cristiani e cittadini crediamo che questo non possa essere il volto di Roma. È un segnale grave, di assenza di idee, di incapacità di visione, di errato messaggio, inviato alla cittadinanza, che incoraggia chiusura e durezza immotivate».
Stupisce quindi, al limite dell’indignazione, il quasi assoluto silenzio dei vertici della Chiesa sul basso livello di solidarietà raggiunto dalla Capitale, che ospita al suo interno la Città del Vaticano. Perché non si ode neanche una parola da parte del Papa o dei vari Bagnasco, Ruini, Bertone? sempre pronti a difendere la vita dal suo concepimento sino al termine, o a giudicare qual è il corretto stile di vita di una coppia. Ora non hanno nulla da dire? Non sentono stavolta il bisogno di interferire negli affari italiani, anzi romani? Eppure si tratta sempre della vita di esseri umani.
Auspichiamo allora che questa Pasqua, appena trascorsa sia realmente di resurrezione, per tutti.

©2011 Pierstefano Durantini