C’è un muro minaccioso nella civile e moderna Europa, è presente in Irlanda e dopo secoli di violenze e terrore, nessuno ancora decide di abbatterlo. Si tratta del muro che separa le 26 contee della Repubblica d’Irlanda, l’EIRE, dalle 6 contee dell’Ulster, regione che appartiene al Regno Unito, a sua maestà la Regina d’Inghilterra Elisabetta II, la signora Windsor.
Che si tratti di un muro che separa non solo due nazioni, ma soprattutto due popoli, due comunità, è pacifico. Infatti anche quest’anno, in occasione delle parate orangiste che si svolgono nel mese di luglio per commemorare l’anniversario della battaglia del Boyne, 12 luglio 1690, in cui Guglielmo III d’Orange battendo il cattolico Giacomo II conquistò l’isola di smeraldo per assoggettarla al dominio inglese, sono scoppiati violentissimi scontri tra la comunità cattolica (indipendentista), quella protestante (lealista e fedele alla corona britannica) e la Polizia.
Le parate protestanti orangiste, fenomeno peraltro quantomeno fuori moda e pure un po’ singolare con quello sfoggio minaccioso di formazioni paramilitari agghindate con nastri arancioni di stile massonico, hanno lo scopo di ricordare l’inizio del dominio inglese in Irlanda. I partecipanti si ostinano ad attraversare i quartieri abitati dai cattolici marciando inquadrati, il che naturalmente viene vissuto dai nazionalisti come un prepotente affronto, una vera e propria sfida.
Risultato di queste ridicole marcette? Nella sola giornata del 12 luglio scorso ci sono stati 24 poliziotti feriti, decine di auto date alle fiamme, ventisei arresti tra le due fazioni in lotta, che hanno lanciato sassi e molte bombe molotov. La polizia è intervenuta in forze con decine di mezzi, usando idranti e sparando micidiali proiettili di gomma.
«Nessuno vuole il ritorno delle violenze in Irlanda del Nord» ha dichiarato il numero due della Polizia nordirlandese, Alistair Finlay, «tali violenze mettono in pericolo le infrastrutture locali, le relazioni tra le due comunità e lasciano ferite che hanno bisogno di tempo per rimarginarsi, è un periodo difficile.».
Il timore più terrificante è quello di un brusco ritorno alle violenze che hanno causato la morte di oltre 3000 persone in trent’anni di sanguinosa guerra civile, dal 1969 al 1998, quando si raggiunse l’accordo di pace del venerdì santo, che tra alti e bassi, continua comunque a tenere. Anche se proprio lo scorso 2 aprile, a Omagh, a nord di Belfast, un’autobomba è esplosa uccidendo un giovane agente di polizia cattolico.
Questi episodi sono il sintomo di un malessere diffuso, di screzi mai sopiti tra le due fazioni e tra gli irlandesi e i brits, insomma c’è un fuoco che brucia ancora sotto la cenere, basterebbe un nonnulla affinché divampi un incendio. Ritornano quindi alla memoria le parole di Bobby Sands, il martire irlandese, ufficiale in capo dell’IRA nei blocchi H del famigerato carcere britannico di Long Kesh, che per protestare contro le dure condizioni di prigionia e per il riconoscimento dello status di prigioniero politico si lasciò morire il 5 maggio 1981 dopo 66 lunghi giorni di sciopero della fame, il primo di altri 9 compagni che nelle settimane seguenti seguirono il suo eroico esempio. Egli diceva che «….in Irlanda del Nord ognuno, repubblicano o altro, cattolico o protestante, ha il suo ruolo da giocare.».
Stupisce il quasi totale silenzio degli organi d’informazione italiani, che tranne in rarissimi casi, non hanno dato alcun risalto alle notizie che provengono dalla martoriata isola irlandese. Per poi stupirsi e scandalizzarsi quando, speriamo mai, l’esercito repubblicano irlandese decidesse di riprendere la lotta per la propria autodeterminazione.
Del resto la popolazione italiana è ormai quasi nella totalità ben poco informata e distratta da format televisivi di dubbio gusto. Si legge poco, al massimo quotidiani gratuiti, sfogliati distrattamente sul bus o sulla metro. In tanti sanno parecchio forse troppo di bunga bunga, cricche varie di destra e di sinistra, case acquistate o locate da Ministri a propria insaputa, problemi giudiziari e sessuali del Presidente del Consiglio ecc. e tutto ciò non fa altro che amplificare il nostro provincialismo, non ci fa vedere oltre, è una miopia anacronistica nel ventunesimo secolo, dove la globalizzazione regna sovrana e influenza tutto e tutti.
Pare quasi non ci si renda conto che il nostro Paese è in Europa, non solo nominalmente ed economicamente. Infatti manca quasi del tutto in Italia un’opinione pubblica non solo critica, ma anche solo minimamente informata. Basti pensare che siamo impegnati in due conflitti, le guerre in Libia e in Afghanistan, totalmente illegali, perché in contrasto con la fonte del nostro diritto, la Costituzione della Repubblica Italiana che al riguardo nell’articolo 11 parla chiarissimo, ma nessuno pare se ne voglia accorgere.
L’opinione pubblica, anche a causa della maggioranza degli organi d’informazione che non svolgono più il loro dovere di cani da guardia del potere, pare anestetizzata e disposta ad accettare di tutto. Mala tempora currunt.

©2011 Pierstefano Durantini