Un nubifragio autunnale si abbatte sulla capitale, gravi disagi per la città, un semplice giovedì diviene da paura: traffico in tilt, allagamenti al centro e in periferia, metropolitana bloccata dalle nove della mattina fino a pomeriggio inoltrato, svariate stazioni chiuse per tutto il giorno perché inondate, la mobilità ferroviaria che accumula ritardi indescrivibili, cittadini inferociti.
Insomma una città in tilt a causa della pioggia, del resto è mal governata da alcuni anni. Basti pensare che il Sindaco se la prende col Servizio Meteorologico, che, a suo parere, non ha avvisato dell’acquazzone in arrivo, cosa peraltro prevista già da alcuni giorni. Nemmeno una parola, invece, per chi avrebbe dovuto occuparsi della pulizia di tombini e caditoie o della manutenzione ordinaria delle strade.
Ma stavolta è più grave, c’è un morto. All’Infernetto, quartiere periferico romano vicino a Ostia, una casa, anzi un sottoscala adibito a casa, si è totalmente allagato, un muro non ha retto alla pressione dell’acqua e un uomo è annegato.
Si tratta di Sarang Perera, un giovane immigrato dello Sri Lanka di 32 anni, che viveva in Italia da oltre sei anni e lavorava come cuoco in un ristorante, salve la moglie e la piccola figlia di soli tre mesi.
Grande cordoglio per la tragedia, solite parole retoriche di tanti, troppi e alcuni interrogativi senza risposta. Lo scantinato dove abitava la famiglia Perera aveva l’abitabilità? Era agibile? E quanto pagavano per quel seminterrato? È normale costruire accanto a un canale di bonifica che, quando piove, troppo spesso tracima?
Ma una cosa soprattutto non è stata ben evidenziata e dovrebbe farci riflettere e forse vergognare. Sarang non è morto nel sonno, era addirittura riuscito a mettere in salvo la moglie e la figlia, anche grazie all’aiuto di alcuni vicini, ma poi è tornato in casa per recuperare una cosa per lui preziosissima. Di che si trattava? Denaro? No. Gioielli? Nemmeno. Ricordi familiari? Neanche per sogno.
Sarang è morto annegato in casa sua, a Roma nel 2011, per recuperare il permesso di soggiorno. Un pezzo di carta che per lui aveva un valere estremamente pregiato. Infatti solo pochi giorni dopo avrebbe dovuto recarsi in questura, dove gli era stato fissato un appuntamento per aggiornare la preziosa carta con i dati della figlioletta.
Il suo gesto, certamente avventato e pericoloso in quel frangente, ma ben comprensibile per un uomo cingalese che avrà sicuramente atteso tanto e lottato di più per avere quell’agognato permesso di soggiorno, è uno schiaffo alla nostra presunta civiltà, alle nostre politiche per la sicurezza che troppo spesso sfociano nel razzismo, a tutti coloro che usano a sproposito la parola clandestino come sinonimo di delinquente. Si può morire a Roma, nel terzo millennio, per un pezzo di carta? Non ci vergogniamo neanche un po’?

©2011 Pierstefano Durantini